Dalla Londra dei Mod al Britpop degli Oasis: lo scooter italiano ha attraversato la cultura musicale britannica cambiando forma, ma conservando il suo valore di simbolo. Vespa e Lambretta hanno accompagnato la prima generazione, mentre negli anni Novanta un oggetto nato a Bologna, l’Italjet Velocifero, è entrato nello stesso immaginario.
Per capire come, bisogna tornare indietro di qualche decennio.
Londra, primi anni Sessanta. I Mod costruiscono la propria identità attorno alla musica, all’abbigliamento e a un modo preciso di vivere la città. Frequentano i club, ascoltano soul, rhythm & blues e jazz, curano il proprio aspetto. Per muoversi scelgono soprattutto Vespa e Lambretta.
La scelta non è soltanto estetica. I Mod investono molto nel proprio abbigliamento, spesso con completi sartoriali di ispirazione italiana, e lo scooter si adatta perfettamente a questo modo di vivere la città. A differenza delle motociclette dei Rockers, la carrozzeria a pannelli di Vespa e Lambretta protegge motore e componenti meccanici, limitando il contatto con grasso, olio e sporco della strada. Era quindi possibile attraversare Londra e arrivare al club mantenendo il completo pulito.
Lo scooter diventa così parte dello stesso sistema di segni che comprende abiti, musica e luoghi frequentati. Cromature, specchietti e personalizzazioni ne accentuano l’aspetto, mentre il contrasto con i Rockers contribuisce a definire ulteriormente le due identità: da una parte motociclette, cuoio e café racer; dall’altra scooter italiani, completi sartoriali e cultura dei club.
Tra i gruppi più vicini a quell’ambiente ci sono gli Small Faces, nati nella Londra dei primi anni Sessanta e profondamente legati alla scena Mod. Il loro rapporto con il soul e il rhythm & blues riflette gli stessi gusti musicali che animavano i club frequentati dai Mod. Lo scooter, in questo ambiente, non è un elemento aggiunto all’immagine delle band: fa parte della cultura urbana da cui quella musica nasce.
È da questo ambiente che emergono anche gli Who, che porteranno la cultura Mod dentro la musica e, qualche anno più tardi, in Quadrophenia (1973): un album costruito attorno alla figura di Jimmy, giovane Mod alle prese con appartenenza, conflitti personali e bisogno di trovare il proprio posto. Lo scooter è parte integrante del suo mondo: non un semplice oggetto di scena, ma uno degli elementi attraverso cui si definisce la sua identità. Nel 1979 Franc Roddam porta Quadrophenia al cinema. Le Vespa, le Lambrette, i parka e le strade di Londra diventano immagini riconoscibili anche per chi quella cultura non l’aveva mai vissuta direttamente. Lo scooter passa così dalla strada alla cultura popolare.
Il movimento non scompare con gli anni Sessanta. Nella seconda metà dei Settanta, mentre il punk sta cambiando la scena musicale britannica, Paul Weller e i Jam recuperano molti riferimenti della cultura Mod. Il completo, lo scooter, il soul e il rhythm & blues tornano a circolare, ma dentro un’altra epoca. Andando oltre una ricostruzione nostalgica del 1965, Weller prende quei riferimenti e li porta dentro la musica e le tensioni della fine degli anni Settanta.
È questo uno degli aspetti che rendono il Mod particolarmente resistente nel tempo. Più che uno stile chiuso in un’epoca precisa, diventa un linguaggio che può essere ripreso e adattato da generazioni diverse.
Negli anni Novanta, mentre il Britpop riporta la musica britannica al centro della scena internazionale, la Lambretta continua a comparire nell’immaginario dei suoi protagonisti.
Damon Albarn, frontman dei Blur, ha raccontato di aver avuto una Lambretta già a sedici anni, quando trascorreva le estati in Umbria. Negli anni del successo dei Blur viene fotografato più volte in sella allo scooter italiano. La Lambretta torna così a comparire accanto a una nuova generazione di musicisti britannici, a decenni di distanza dalla sua associazione con i Mod.
È proprio in questo ambiente che entra in scena l’Italjet Velocifero. Liam e Noel Gallagher non avevano conseguito la patente di guida e il ciclomotore rappresentava per loro un modo pratico per muoversi in città. I due fratelli scelgono così un Italjet Velocifero 50, prodotto a Bologna negli anni Novanta. In altri scatti dell’epoca, i Gallagher compaiono inoltre in sella a delle Lambrette.
La Lambretta apparteneva ormai alla memoria visiva del Mod; il Velocifero riprende alcuni codici dello scooter classico e li porta dentro un linguaggio nuovo, con forme e dettagli propri. Lo scooter italiano cambia ancora: questa volta porta il nome di Bologna.
Per gli Oasis, quindi, il Velocifero è prima di tutto un mezzo pratico, ma finisce anche dentro l’immagine pubblica della band.
Il legame tra gli Oasis e l’Italia, però, non passa soltanto dagli scooter. Nel corso degli anni, C.P. Company e Stone Island, i due marchi fondati dal bolognese Massimo Osti, sono diventati parte dell’immaginario dei Gallagher e della scena britannica che li circondava. Il percorso torna così a Bologna, dove Massimo Osti ha costruito un linguaggio capace di mettere in dialogo moda, musica, funzionalità e cultura britannica. Del suo rapporto con i motori, la Mille Miglia e la città di Bologna abbiamo raccontato la storia in questo articolo.
La storia di Italjet prende forma a Bologna nel 1960, quando Leopoldo Tartarini, ex pilota ufficiale Ducati e protagonista nel 1957-58, insieme a Giorgio Monetti, di un giro del mondo di circa 60.000 chilometri su due Ducati 175 attraverso cinque continenti, avvia l’azienda. Nei decenni successivi la casa bolognese passa attraverso moto, scooter e progetti molto diversi tra loro. Il Velocifero appartiene a questa fase di sperimentazione e rappresenta bene il modo in cui Italjet interpreta lo scooter negli anni Novanta.
Il suo rapporto con gli Oasis aggiunge un capitolo particolare a questa storia: un modello nato a Bologna finisce dentro l’immaginario di una delle band britanniche più importanti di quegli anni, e ancora oggi al centro della scena musicale.
Oggi quella storia è custodita anche nella Collezione Pasquale Mesto, a San Lazzaro di Savena. La collezione nasce dall’esposizione dei modelli storici Italjet che Pasquale Mesto aveva curato negli anni Novanta presso la sede storica dell’azienda. Quando la fabbrica chiude, Mesto riesce a salvare quei materiali e continua negli anni ad ampliare la raccolta. Oggi conserva decine di modelli che attraversano cinquant’anni di storia Italjet, insieme a documentazione tecnica, cataloghi e materiali d’archivio.
Dopo aver seguito lo scooter attraverso la cultura britannica, è qui che quella storia torna alla sua dimensione materiale: modelli, dettagli, soluzioni tecniche e oggetti che permettono di vedere da vicino anche il Velocifero. Abbiamo avuto modo di visitare la collezione durante il primo episodio bolognese di Around Motor Valley, entrando in uno degli archivi privati che conservano una parte della storia motoristica del territorio.
La storia dello scooter italiano nel Regno Unito non finisce con il Britpop. Club, raduni e collezionisti continuano a mantenere viva una cultura nata attorno a Vespa e Lambretta e capace, nel tempo, di passare da una generazione all’altra.
Lo scooter ha cambiato funzione più volte: mezzo di trasporto per i Mod, simbolo di appartenenza, elemento dell’immaginario musicale e infine oggetto di design reinterpretato per una nuova epoca.
Da Londra a Bologna, quindi, il percorso non è quello di un’influenza a senso unico. È uno scambio. La Gran Bretagna ha trasformato lo scooter italiano in un simbolo culturale. Bologna, qualche decennio dopo, ha contribuito a reinventarlo.
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