Sergio Scaglietti

Sergio ScagliettiSergio Scaglietti, modenese, classe 1920, è stato il carrozzaio "storico" della Ferrari (sue sono tutte le serie delle berlinette da corsa e delle spyder da corsa della Ferrari dal 1960 fino al 1993). Ma, soprattutto,è stato l'amico - l'amico di tutta una vita - di Enzo Ferrari. Quando Ferrari è morto, accanto al suo letto c'era anche lui, insieme con pochissimi altri intimi. I loro momenti al di là del lavoro? "Ci raccontavamo le barzellette, scherzavamo, andavamo a mangiar fuori e guardavamo le corse. Sempre parlando in dialetto, naturalmente." E dopo? "Dopo, quando è morto, io sono morto con lui." Ecco alcuni ricordi della sua vita accanto ad Enzo Ferrari, raccontati da lui stesso:

Un garzone di 13 anni

A 13 anni, finita la scuola, cominciai a lavorare come garzone dal carrozzaio Olindo Torricelli. Dopo qualche tempo mi trasferii con mio fratello Gino di fronte alla Scuderia Ferrari. Nel 1937 Ferrari mi chiamò per riparare i parafanghi di un'Alfa Romeo. Da quel momento sono sempre stato attaccato a Ferrari, finché non è morto.

Quando è morto lui, sono morto anch'io. Tutta la vita, ho passato con lui. Quando è morto, di quelli che hanno lavorato con lui c'eravamo io, il ragionier Carlo Benzi e i due autisti.

Una tavolata di barzellette

Ferrari ed io ci trovavamo bene insieme. Tutti i sabati si andava a mangiare fuori, in compagnia, perché lui mangiava davvero soltanto il sabato. La sua compagnia eravamo noi. E tutto il mese di agosto, quando lui restava a Modena e io anche, stavamo sempre insieme, noi due. Enzo andava via per tre o quattro giorni, poi tornava subito. Abbiamo passato la vita così. Abbiamo cominciato a frequentarci da amici intorno al '60, forse nel '64. Lui era molto legato a tutti i suoi vecchi amici: si parlava in dialetto, si stava "alla buona". Perché, dopo tanto stress, dopo tante personalità, a lui piaceva trascorrere il sabato in pace. Gli piaceva il modo di vivere modenese. Siamo andati anche in tanti posti insieme: a San Marino, a Lugo, a Mantova, dappertutto - quando lo invitavano - ci chiamava con lui.

Di quello che ho fatto nella mia vita non posso altro che ringraziare Ferrari, per primo, e la Ferrari e i miei collaboratori, perché ho avuto della gente fantastica: i miei operai. Tutti hanno fatto fortuna, chi in un modo e chi in un altro: c'è chi ha la propria carrozzeria, chi è in pensione con la propria casetta. Ragazzi d'oro.

Non posso raccontarle tutti gli episodi o le cose che abbiamo detto quando giocavamo a carte, sono troppi: la mia vita finisce lì.

La politica dei trattori

I trattori da corsa? Politica. Fare dei trattori in mezzo a delle macchine da corsa... Ma va'!

La Ferrari non è stata assolutamente capita dai sindacati; non ha potuto dire di no, per la faccenda dei trattori. Ferrari è sempre stato contrario e io anche: questi trattori non li volevamo, né lui né io. E' stata una cosa politica, non una necessità di lavoro, perché noi di lavoro ne abbiamo avuto sempre a sufficienza. Anche se c'era l'austerity, la nostra clientela le comprava lo stesso le macchine, eccome!

Storie da dimenticare

Sì, è vero che Ferrari faceva i chiodi a tre punte e aggiustava le armi per i partigiani. E' anche vero che faceva i macchinari e li vendeva a chiunque, e che nel dopoguerra ha aiutato gli uni e gli altri, e che ha ricevuto Togliatti. Queste cose, secondo me, le può raccontare, ma non vada a rivangarne altre, di quel tempo. Di lui, di me, di noi tutti... Sono cose, quelle lì, che vanno dimenticate. Che vanno dimenticate...

Lui poi non ne ha neanche mai parlato, di politica. Di queste cose qui, dei suoi interessi o delle sue idee politiche, Ferrari non ne parlava mica. Con noi si dicevano barzellette, si rideva, si scherzava e si vedevano le corse: stop. Queste sono cose che, appena appena, le sapeva Ferrari. Non riporti cose di seconda mano, non è giusto.

Multe in abbonamento

Quando vendette alla Fiat, fece una cosa fantastica. Combinò prima con la Ford; all'atto di firmare il contratto, quando era già tutto combinato, disse di no. Aveva fatto così perché Agnelli si decidesse lui a comprare la Ferrari. Si è fatto stimare l'azienda dalla Ford e poi se l'è fatta comprare dalla Fiat.

E' vero che era esigente; certe volte mi portava un telaio e mi diceva: "Lo voglio per ieri"! Veniva con Rocchi, con il progetto, e diceva: "Fra tre giorni lo voglio".

Una volta si lavorava giorno e notte. Per la Mille Miglia ho fatto l'abbonamento con le guardie: venivano tutte le sere a dare la multa, perché lavoravamo fino a tardi e facevamo rumore con i macchinari. Allora ho detto: "Portate pazienza, vengo alla fine del mese e ve le pago tutte insieme". Tenevo sveglio tutto il quartiere della stazione. Col martello, col maglio... Per quattro o cinque anni li ho tenuti svegli, quei poveri disgraziati. Erano gli anni precedenti il '57, quando si è corsa l'ultima Mille Miglia.

Il sopravvissuto

Ho due figli, che lavorano alla Ferrari (uno all'ufficio acquisti e l'altro alle esperienze) e quattro nipoti (uno è in banca e tutti gli altri studiano legge o hanno già finito).

Come vede, nessuno della mia famiglia ha continuato il mio lavoro perché adesso non c'è più niente da fare per l'artigiano. Ne sono rimasti pochissimi. C'è Egidio Brandoli, a Montale. E' uno degli ultimi; fa le carrozzerie, fa tutto a mano, dei lavori meravigliosi.

Io vado là, qualche mattina, solo per vederlo lavorare dal gran che è bravo.

(dal libro di Nunzia Manicardi "Quel diabolico Ferrari", Koinè Nuove Edizioni, Roma 2000)

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