Paolo e Leonzio Marchand

MarchandI fratelli Paolo e Leonzio Marchand erano due giovani imprenditori di origine francese appassionati di ciclismo. Con il padre, proprietario in Francia di una piccola flotta navale, si trasferirono a Milano per operare alcuni fruttuosi investimenti. Tra questi l'acquisizione dei diritti di estrazione delle miniere petrolifere di Montechino e Veleja, nel Piacentino. Ed è frequentando Piacenza, appunto, che i due giovani fratelli (all'età di 23 e 26 anni) conoscono Stefano Orio, al tempo famoso campione ciclista. L'incontro avviene nel 1893 ed è favorito dalla comune passione sportiva per le due ruote.

Paolo e Leonzio sono infatti discreti specialisti nelle corse in tandem e Orio, anche se ormai non corre più, è comunque per loro una fonte di utili consigli. Gli incontri avvengono nella piccola fabbrica di biciclette e macchine per cucire che l'ex campione, terminata l'attività sportiva, aveva aperto a Piacenza con i figli Bartolomeo e Attilio. Sono loro a ipotizzare una società per la costruzione di biciclette con i due fratelli Marchand. L'idea diventa poco dopo progetto e si concretizza nel 1895 a Milano, dove viene allestito un capannone industriale dalle parti di Musocco. Il vecchio Stefano Orio resta a Piacenza.

La nuova società "Orio & Marchand", diretta dall'ingegner Vittorio Amoretti, sviluppa in modo consistente la produzione di biciclette che per la loro qualità ottengono subito un grande successo. L'azienda vive così alcuni anni di prosperità. Poi, nel 1898, la metropoli lombarda viene travolta dalla protesta operaia e i fratelli Marchand, preoccupati delle violenze della piazza, decidono di riportare l'attività nella più tranquilla Piacenza dove prendono anche casa. Contemporaneamente, in via Madonna di Campagna 35, fanno costruire a tempo di record un centro industriale modello, tra i primi d'Italia ad occuparsi esclusivamente di meccanica, con macchinari d'avanguardia tra cui un prezioso tornio Prat & Whittney.

Il 18 settembre del 1898 la nuova ditta apre i battenti con programmi ambiziosi: allargherà la propria attività aggiungendo alla costruzione di biciclette anche quella di motociclette e di automobili. L'avvenimento trova spazio su tutti i giornali che mandano sul posto i loro inviati per salutare la coraggiosa iniziativa. Stefano Orio non fa in tempo però ad assistere a questa importante metamorfosi perché muore nell'agosto del 1899. Subito dopo, a dicembre, i figli decidono di staccarsi da Marchand e di tornare a occuparsi solo dell'attività lasciata loro dal padre. In sostituzione di Bartolomeo Orio, fino a quel momento direttore tecnico della Casa, viene chiamato allora il geometra piacentino Giuseppe Merosi, che vantava un'esperienza alla Türkheimer.

Il distacco si formalizza dopo che la prima vettura "Orio Marchand" esce dai capannoni della giovane fabbrica. Era questa una vettura leggera che Merosi aveva modificato intelligentemente derivandola dalla francese Decauville (due cilindri a V, 770 cc.). L'auto si guadagna subito i favori del pubblico. In tutte le manifestazioni in cui viene esposta ottiene infatti lusinghieri consensi. Il Ministero dell'industria le attribuisce addirittura una medaglia d'oro come migliore vettura italiana del 1899.

Del tutto originali erano invece le moto, interamente progettate da Merosi, che nel frattempo erano diventate la produzione più rilevante della società. Proprio grazie alle moto, la "Fratelli Marchand" aveva conquistato una certa notorietà anche in campo sportivo. Ezio Bovolo, Bruno Tamagni, Giuseppe Tamagni e lo stesso Merosi si erano infatti cimentati con successo in alcune prove sportive aggiungendo ulteriore prestigio alla Casa piacentina.

Per le auto invece non si era andati oltre qualche dimostrazione pubblica. Al Salone di Torino dell'aprile del 1900, nel Padiglione delle Belle Arti del Valentino, tra le vetture delle poche Case automobilistiche italiane presenti c'è anche una nuova Marchand 4 cilindri che condivide i piccoli spazi della mostra con Lanza, la Ceirano Giovanni, la Cerano Michele, la Storero, la Bender & Martiny e la Fiat, la cui costituzione in società era avvenuta solo pochi mesi prima. Merosi nel frattempo ha già in mente nuove costruzioni, tutte di maggiore consistenza progettuale. Tra queste la Marchand 7 HP che compie senza problemi, con Emilio Laporte alla guida, il primo Giro d'Italia in Automobile del 1901. Ma ancor più è la 16 HP di 5429 cc che assurge a inaspettata e notevole gloria nel 1902 quando, tra l'aprile e il maggio di quell'anno, porta felicemente a termine il più massacrante dei raid: la Milano-Palermo-Milano, cinquemila chilometri terribili, con Giuseppe Tamagni alla guida e il direttore della "Gazzetta dello Sport", Eugenio Camillo Costamagna, passeggero e testimone entusiasta dell'impresa. La vettura, un prototipo, in realtà era stata preparata per partecipare alla Nizza-Abbazia.

Ma i fratelli Marchand, quando furono informati che la Bianchi con cui Costamagna aveva programmato il raid si era rotta proprio alle porte di Piacenza, accorsero in suo aiuto, offrendo la loro auto in sostituzione dell'altra, irrecuperabile. E fu così che prese il posto e la gloria che sarebbero dovute toccare alla Bianchi. La pubblicità che deriva alla Casa piacentina dopo questa notevole impresa dà ancora maggiore impulso al settore. Nel 1905 la Marchand di Piacenza occupava un'area di oltre 5000 metri quadrati coperti e disponeva di un garage, con annessa officina, capace di ospitare ben 100 vetture! Non va infatti dimenticato che l'insediamento industriale si trovava in una posizione strategica, lungo la direttiva che univa Milano a Bologna. Praticamente era un passaggio obbligato per tutti i "turisti" automobilisti del tempo. Il che aveva spinto la direzione ad aprire un "ostello" per ogni forma di pronto soccorso. Le cose sembravano andare per il meglio. Al Salone di Torino del 1906 la Marchand è presente con quattro vetture: una 4 cilindri da 10 o 14 CV, un'altra dello stesso tipo ma più potente (16-20 CV), una Gran Turismo da 24-30 CV e l'ammiraglia che ha 40-50 CV. La produzione tuttavia resta modesta: dieci esemplari all'anno. Per incrementarla il Consiglio di amministrazione (che nel 1905 aveva trasferito la sede sociale a Genova in occasione della trasformazione in Società Anonima Marchand) decide di aumentare il capitale sociale.

Il quotidiano locale "Libertà", il 13 settembre 1907, pubblica in prima pagina questo trafiletto: "L'industria delle automobili, che ha avuto così forti e mirabili affermazioni anche da noi per l'opera della Marchand, prepara un prossimo e più intenso lavoro produttivo che accrescerà sempre più quell'incremento industriale del quale si hanno in questi tempi tanti segni nella nostra città. Infatti l'Assemblea generale della Marchand, tenutasi lunedì scorso a Piacenza, ha deliberato di portare l'aumento di un milione al capitale sociale. Vennero pure deliberati alcuni mutamenti nel consiglio di amministrazione (entrarono a far parte il conte Mulinelli di Ferrara, il marchese Magnasco, l'ingegner Laporte, il signor Marchand, l'ingegner Amoretti e il cavalier Luria), per cui il Consiglio stesso viene ad accrescersi di alcuni membri atti a dare nuove e positive garanzie di sempre più lusinghiero avvenire. Sappiamo intanto - ed è una prova della vita che si apre all'industria Marchand - che si sta costituendo in Inghilterra una società per la rappresentanza e la vendita delle vetture, e sappiamo pure che i duchi di Genova e la Regina Madre provarono in questi giorni la nuova sei cilindri e che ne trassero e manifestarono sincera e vivissima soddisfazione. Siamo lietissimi, ripetiamo, di dare queste notizie intorno ad una delle più forti industrie nostre che dà lavoro a oltre 200 operai, che ha saputo mantenere alto con la fama che si è guadagnata anche il buon nome di Piacenza e che si appresta a nuove, augurate e meritate vittorie". I soldi, in realtà, servivano per tappare grosse falle nei conti dell'azienda. Tanto che pochi mesi dopo, invece di assistere all'annunciata ripresa, la Marchand di Piacenza chiude i battenti. Resta tuttavia la marca che infatti troviamo lo stesso anno al Salone dell'Auto di Torino anche se in abbinamento con la Defaux, una casa automobilistica svizzera che aveva pensato a suo vantaggioso ripescaggio. Ma pure questa operazione non doveva andare a buon fine. Nel 1908, infatti, avviene la chiusura definitiva.

pagina a cura di Nunzia Manicardi su materiali gentilmente concessi dal C.P.A.E. e tratti dal loro sito

 

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