Ferrari

Ferrari

 

 

Ferrari S.p.A.
Via Emilia Est 1164,
41121 Modena (MO)
Web: www.ferrari.com

 

 

Il primo dipendente della Ferrari era Ferrari stesso. Si alzava presto. Beveva il latte bollito che Peppino, l'autista, oppure la signora Laura, la moglie (quando stava bene) avevano preso la sera prima nella sua campagna di Maranello. Caffelatte col pane; qualche volta la ciambella della Rina, la governante. Scendeva in ufficio alle 8,30 e cominciava a lavorare. Dopo andava dal barbiere e a trovare la madre, poi tornava a lavorare, a Modena o a Maranello, fino all'ora di pranzo: del riso con un po' d'olio, una bistecchina ai ferri, un bicchiere di vino e una mezza minerale non gassata. Si fermava un po' in ufficio a sfogliare qualche rivista. Alle 14,30 ricominciava a lavorare e finiva alle 19. Questa era la sua giornata

Poi tornava a casa. E, una volta a casa, aveva due soluzioni: se la signora Laura stava bene, mangiava con lei e con Dino; se la signora Laura non stava bene e, per qualsiasi motivo, gettava per aria tovaglia e piatti, lui usciva - non avendo nulla per cui restare, se non un figlio che gli stava decadendo davanti - e andava a mangiare da "Oreste", in piazza Roma, che era un noto ristorante.

Aveva bisogno di distrarsi, di parlare. Non di rado mi invitava a cenare con lui e dopo, più di una volta, alle undici di sera - io ero giovane, scapolo - mi diceva: "E adesso, dove vai?". "Vado a casa, Commendatore, sono stanco. L'accompagno e poi vado a casa." "Ma non hai mangiato bene?". "Sì, ho mangiato molto bene, ma sono stanco." "Allora io torno nel mio pagliaio." Ecco, questa era la realtà dell'uomo. Perché lui - davanti agli occhi del mondo - era grande per quello che faceva, ma dietro era grande due volte perché non aveva nessuno che lo spingesse. Era grande sempre, anche nelle sue piccolezze: le stesse di un qualsiasi altro uomo.

Capace di passare una giornata con i più grandi industriali e organizzatori sportivi italiani, di tessere un'infinità di collegamenti, e poi di calarsi, la mattina dopo, nella Modena provinciale che incontrava dal barbiere Antonio in Corso Canalgrande, punto di ritrovo degli industriali locali. Dove, se era in un periodo di vittorie, stava anche mezz'ora ad aspettare il proprio turno, cedendo volentieri il posto ad altri: perché così si faceva vedere, "Complimenti, Commendatore". Mentre, quando perdeva, telefonava prima: "Antonio, c'è poca gente? Ho bisogno di farmi la barba in fretta". Ma non era grande anche in questo?

Laura e Dino

Quando il pilota Eugenio Castellotti si era innamorato di Delia Scala, aveva detto al Commendatore: "Mia madre non la vuole in casa perché è una ballerina" e lui gli aveva risposto: "Anche mia madre non ha mai digerito mia moglie, però ero innamorato e l'ho sposata lo stesso".

Ferrari e la signora Laura Garello avevano vissuto insieme due anni, prima di sposarsi. Quando stava bene, lei era una persona stupenda. Certe volte veniva e diceva: "Tavoni, questa sera mio marito che cosa pensa di fare?". "Il Commendatore ha detto che viene da Maranello alle 19. Io vado a mangiare un panino alle 18,30 al 'Pirri' e poi torno a prenderlo." "Ma no, venga in casa a mangiare con noi. L'aspettiamo con Dino." Quando stava bene era deliziosa. Pulita, ordinata.

C'erano dei giorni, invece... Le calze rotte, un grembiule nero, pieno di chiazze, la sottoveste che pendeva... Raccoglieva gli stracci in cortile, li lavava, si presentava tutta disadorna anche quando c'erano persone di riguardo. Si tormentava per due unici, grandi motivi: la gelosia e i soldi. "Enzo, mi rubi i soldi per lasciarmi qui da sola! Ricordati che ti sono venuta dietro da Orbassano pagando io il treno per tornare a Modena!", gli gridava. "Enzo Ferrari, ricordati che abbiamo avuto fame e che adesso dobbiamo diventare ricchi!" Era una campana, una goccia, uno stillicidio, che lui ha avuto dietro le spalle per anni e anni. Ma era molto legato a lei. Odio e amore.

Dino era tutto suo padre: come carattere, intelligenza, volontà, curiosità. Aveva frequentato l'Istituto Tecnico Industriale "Corni", aveva una ragazzina alla quale era legato. Però, a un certo punto, non si reggeva in piedi. Questa esclusione a cui era condannato a causa della distrofia gli pesava moltissimo; a volte, all'improvviso, gli venivano meno le forze e cadeva a terra. Una volta Ferrari lo incitò: "Dài, Dino, che sei inciampato". Io mi avvicinai per aiutarlo, ma Dino mi fermò: "Lei si faccia i fatti suoi". Perché era umiliante. E, rivolto al padre: "E' vero, papà, sono inciampato, adesso mi tiro su", ma ho visto come lo faceva: con fatica, con dolore. Aveva questo orgoglio di non volere ammettere la sua malattia. Morendo - perché è stato lucido fino alla fine - ha chiesto al padre e alla madre: "Spiegatemi perché devo morire a ventiquattro anni. Voi non me l'avete mai detto".

Lina e Piero

La signora Lina Lardi, questa bella ragazza modenese, Ferrari l'aveva conosciuta quando lei lavorava alla Carrozzeria Orlandi di Modena. Si sono conosciuti presto. Lui andava a prendere gli autotelai da Milano e li portava da Orlandi e dai Caniato, che possedevano una carrozzeria a Bologna, per farli carrozzare secondo i desideri del cliente. Così la conobbe, per motivi di lavoro, ma il rapporto è nato dopo, in "assenza" della signora Laura. Quest'uomo, nel pieno della sua forza, ha trovato questa ragazza. E' stato un gesto d'amore, non una passeggiata.

La signora Lina ha dedicato tutta la vita a lui. Si è isolata a Castelvetro, come poche donne e mamme saprebbero fare. Anche Piero è cresciuto in questo modo, ma è stato fortunato perché ha avuto questa famiglia. "Questa" famiglia.

La fame di operai

C'era bisogno di operai specializzati. Una volta a Ferrari serviva un capo-officina, ma - per motivi suoi - non voleva promuoverlo tra i dipendenti che aveva già a disposizione. "Tavoni, lei stasera non ha impegni?", mi chiese un giorno; era già pomeriggio... ma, naturalmente, non avevo impegni. Andammo a Bologna, in un ristorante dove ci incontrammo con la signora Minganti che, insieme con il marito, era proprietaria di una grossa officina di produzione di macchine utensili di precisione.

"Signora, ho bisogno di due o tre persone per bene di Castelfranco Emilia. Lei ne ha?", le chiese a un certo punto. "Sì, ne ho e sono anche brave. Ma i miei dipendenti me li tengo io, caro Ferrari." "Eh, signora, bisogna che ci diamo tutti una mano..." "No, Enzo, no; se vuoi una macchina ti faccio lo sconto, come abbiamo fatto altre volte. Ma i dipendenti no." "Però, se il prossimo mese mi dovesse capitare di assumere una persona o due, non vado mica a chiedere se lavorano alla Minganti. Se vogliono venire da me e ci vengono volentieri....." "Enzo, non toccare il mio personale, hai capito?" Sembrava che la cosa fosse finita lì.

Dopo una settimana Ferrari ci chiama e dice: "Prendete nota, il capo-officina si chiama..." ed era uno della Minganti. Lui aveva già adocchiato e contattato da tempo questi lavoratori ed era andato a cena solo per dare una specie di preavviso. Perché in quegli anni '50 gli operai specializzati scarseggiavano; chi ne poteva disporre, aveva un patrimonio.

Ferrari ha costruito la scuola professionale di Maranello proprio per questo, perché diceva: "I miei operai hanno i genitori che fanno ancora i mezzadri; sono bravissimi e intelligenti, però non hanno cultura. Devono imparare matematica, disegno, calcolo".

Era abilissimo nello scegliere le persone, ma ce ne sono state di quelle che gli hanno detto di no per tutta la vita: come Guerrino Bertocchi, per esempio, il grande collaudatore che è sempre rimasto legato alla Maserati. Parecchi dipendenti della Maserati, almeno una ventina, passarono alla Ferrari a seguito dei licenziamenti nella loro azienda. Ma alcuni li ha proprio "portati via" lui.

Ferrari, la fiducia nei giovani

Lui però sapeva tenersi vicine le persone: aveva Bazzi, aveva i meccanici che erano con lui da prima della guerra, come Frigieri, Marchetti, Lucchi. Ma aveva anche tanti giovani, tutta gente dai venti ai trentacinque anni. Dava spazio ai giovani.

Dopo due anni che ero con lui, un giorno gli ho detto: "Commendatore, so che lei mi ha spiegato questa cosa, ma non credo di essere in grado di farla come vorrebbe lei".

Lui, che era seduto, si è appoggiato a un braccio con aria sconsolata, mi ha fissato - quando faceva così metteva molto a disagio - e mi ha risposto: "Caro Tavoni", (di solito però mi diceva "Caro signor Tavoni") "se lei non prova, come può dire poi che cresce con me?".

Avevo ventisei anni; dopo questa frase avrei scalato le montagne. Perché presupponeva che da te si aspettava qualcosa di positivo. Lui diceva sempre: "Io spero - non so se sono in grado di farlo - di darvi la capacità di crescere con la mia azienda". Uno allora sapeva perché si buttava, perché lui riusciva a far leva sulle motivazioni profonde, intime, legate all'uomo, alle aspettative personali. Ferrari aveva l'intelligenza e la sensibilità di dare a ognuno uno stimolo, una dimensione: di dare a ognuno la propria collocazione.

Sempre alla prova

Ho visto degli uomini entrare alla Ferrari con il cappello in mano - e magari con delle valide ragioni per lamentarsi - e andarsene via sdraiati, perché lui li calpestava. Ma se si trovava il modo di mettersi in sintonia con lui, accettava il rapporto. Perché metteva alla prova le persone, sempre. Quale diritto aveva, di farlo? Se lo prendeva. Del resto, se non avesse sempre esercitato questo diritto, come avrebbe potuto costruire quello che ha fatto? Nessuno vietava agli altri di fare allo stesso modo. Lui ha tirato fuori se stesso. E rispettava chi era in grado di fare altrettanto. Sapeva valutare le persone per quello che realmente valevano.

Ma in certe situazioni era davvero molto difficile, per me. Una volta mi sfogai con Zanaroli, che era suo segretario fin dal 1932: "Sa, porca miseria, mica ce la faccio più, con quest'uomo; io torno a lavorare in banca". Zanaroli era un modenese con tutte le caratteristiche del siciliano: vestito nero, cappello nero, anche in piena estate. E bocca cucita. Se gli chiedevo: "Ragionier Zanaroli, come sta?", mi rispondeva: "Bene, grazie". Ma se gli chiedevo: "Ha visto il Commendatore?", mi rispondeva: "No" e invece, magari, erano appena entrati insieme... E mi spiegava: "Se il Commendatore mi dice di dire che è arrivato, io lo dico. Ma se non mi dice niente, vuol dire che non è arrivato". Fino a questo punto arrivava il suo senso della discrezione.

Quella volta Zanaroli mi rassicurò: "Ha torto, lei è la persona che va bene per lui". "Questo lo dice lei, ma lui non me l'ha mai detto." "E non glielo dirà mai però io, che ho vissuto tanto tempo con lui, so che è così. Sappia, Tavoni, che ogni giorno la mette alla prova e che dei suoi dipendenti vicini, dei suoi collaboratori vuole sapere tutto." Un giorno Ferrari stesso me lo dimostrò.

La busta gialla

Mi chiese: "Che cosa ha fatto domenica pomeriggio, dopo che a mezzogiorno ci siamo lasciati?". "Son corso a casa, ho mangiato e poi sono andato con i miei amici a vedere il Modena che giocava a Bologna." "Con chi è andato?" "Con i Palmieri, i Maletti, Zanasi, Renzo Montagnani; eravamo in tre macchine." "E poi?" "Siamo tornati indietro, siamo andati a fare una partita a boccette al Nazionale, ho preso un caffè, sono tornato a casa e non sono più uscito."

Tirò fuori una voluminosa busta gialla, la aprì e lesse il foglio che c'era dentro. "Sì, è vero." Aveva il resoconto.

Quando Ferrari doveva ricevere qualcuno, si informava su tutto quello che lo riguardava: se aveva una moglie, un'amante, quanti figli, quale lavoro, quanti soldi al mese... Rimanevano tutti stupefatti. Prima di congedarli, regalava uno di quei bei foulard pubblicitari con la dedica - per esempio - alla moglie. "Ma, Commendatore, non ho parole, mi creda... Mia moglie le scriverà senz'altro per ringraziarla." Uscendo, si complimentavano con me: "Ah, Tavoni, se non ci fosse lei..." Invece io non ne sapevo niente.

A trattare con la gente aveva imparato dall'ingegner Gobbato dell'Alfa Romeo.

La lezione dell'Alfa Romeo

Poi, alla fine degli anni '30, ci fu il gran litigio. Ferrari allora stava qui a Modena nella propria Scuderia con le Alfa Romeo, che progettava e faceva correre. Un giorno disse: "Dovete pagarmi anche le vittorie che ho ottenuto" e dall'Alfa gli risposero: "Ma come ti permetti? I soldi sono nostri. Sciogliamoci, se non ti va bene: tu vai avanti come Scuderia Ferrari e compri le macchine che vuoi". Allora Ferrari presentò il conto che risultò, calcolando anche le vittorie, molto più alto di quanto l'Alfa Romeo non avesse stimato.

Aveva ragione Ferrari. Si formò una specie di commissione incaricata di rivedere tutte le cifre. Era composta dal marchese Lotario Rangoni Machiavelli (uno dei primi piloti modenesi), dall'avvocato Levi di Castelnuovo Rangone e dal Commendator Fermo Corni (che poi avrebbe sposato una sorella di Mino Ferrari Amorotti, amico e, in seguito, condirettore sportivo della Ferrari insieme con me). Furono loro che dissero: "Ha ragione Ferrari". E Gobbato lo pagò, dopo una lite furibonda (Gobbato poi morì durante la guerra, ucciso dai partigiani).

Ricart, il progettista dell'Alfa Romeo, secondo Ferrari (che andava alle corse, che aveva visto come si correva), aveva una mentalità superata, così come tutta l'Alfa Romeo, che era già un'azienda assistita. Era cresciuta grazie al Fascismo, in parallelo con quanto avevano fatto in Germania per la Mercedes e l'Auto Union, in base al connubio sport-affermazione-nazione.

Ferrari aveva la mentalità dello sperimentare, del costruire, ma il potere era dall'altra parte. Così ha fatto tutto da solo.

In seguito, per lunghi anni, non si è neppure associato alla Confindustria; lo fece soltanto a partire dal 1960, quando ricevette la laurea "honoris causa" in ingegneria dall'Università di Bologna.

L'istinto del costruttore

Ha fatto tutto da solo sapendo, volta a volta, circondarsi dei collaboratori adatti ai problemi che doveva affrontare. Quando il collaboratore non era più adatto, lo cambiava.

Aveva anche un'altra capacità, oltre quella di costruire: sapeva vendere, collocare, trovare motivazioni finanziarie per ciò che aveva costruito.

Non aveva tutto, ma sapeva trovare sempre la strada, le persone e i mezzi. E' stata la sua grande capacità. E, badi bene, non era un tecnico. Però, di fronte a due progetti presentati in discussione, aveva il fiuto di dire: "Va bene, ne parliamo domani. Pensateci voi e ci penso anch'io" e di tornare il giorno dopo concludendo: "Allora, facciamo il motore 6 cilindri. Perché il 6 è la metà di 12 e noi abbiamo la tradizione del 12. L'8 cilindri non è nostro, è dell'Alfa Romeo"; e così sceglieva il 6. C'era un coordinamento, una continuità di impresa, di immagine. Lui aveva questa capacità, questa sensibilità, questo intuito. E, per realizzarlo, era attento a tutto, non gli sfuggiva niente.

La vita di Ferrari

Il padre - fabbro ferraio, che aveva avuto una piccola carpenteria metallica con cinque operai - muore quando lui ha circa 15 anni; il fratello Alfredo muore di malattia nello stesso anno, mentre era volontario nella prima guerra mondiale. Lui si mette a correre, noleggiando, comprando e vendendo. La sua prima iniziativa commerciale, la Carrozzeria Emilia, è un fallimento: ci rimette tutti i pochi soldi che aveva lasciato il padre. La madre impegna i mobili e i gioielli di famiglia. Lui prende un biglietto del treno, seconda classe, e va a Torino; vuole andare a lavorare alla Fiat come collaudatore. Si presenta all'ingegner Diego Soria. "Non possiamo assumere tutti i reduci di guerra", è la risposta. Non ha neanche i soldi per tornare a casa. La Fiat quindi lo rifiuta. Vede? La Fiat: odio e amore. La moglie: odio e amore... Lui se la lega al dito. Si vende anima e corpo all'Alfa Romeo con Jano che - sapendo che la Fiat avrebbe smesso l'anno dopo di fare le corse, corse che fino ad allora vinceva lei e non l'Alfa Romeo - si trasferisce anche lui all'Alfa dopo aver conosciuto l'ingegner Gobbato e l'ingegner Nicola Romeo di Napoli.

Ferrari diventa così un pilota dell'Alfa, vince le gare con l'Alfa fino a quando non va al Circuito di Lione e lì si rende conto - avendo già sposato la Laura ed essendo nato Dino - che, se per caso si fa male come aveva visto capitare a tanti altri, non ci sarebbe stato nessuno a provvedere a loro. Un pilota, a quei tempi, viveva solo con i premi che prendeva e basta. "Ho pensato alla famiglia e non ho più pensato alle corse." Rinuncia. Non partecipa al GP di Lione (anche perché aveva preso 4 secondi da un altro della sua squadra, credo fosse Ascari) e torna a casa. Si offre come direttore sportivo della squadra Alfa Romeo. Nasce così, la sua storia.

Fino a quando, un bel momento, dopo aver affermato la scuderia Ferrari, dopo aver affermato la fabbrica Ferrari, dopo averla chiamata Ferrari Automobili Spa, dopo aver fatto un reparto gestione esperienze sportive (GES) Scuderia Ferrari per le gare, non si fa avanti la Ford per dire: "Scusi, lei vuole un partner alla pari?". "Ma certamente, parliamone."

L'accordo con la Fiat

La Ford manda cinque dirigenti a valutare la parte commerciale, il settore industriale, l'immagine, i progetti, i programmi, le potenzialità, poi fa un capitolato - firmato da questi signori -, lo invia e attende che lui firmi. Ma Ferrari dice: "Io non firmo personalmente, perché non conosco nei dettagli il vostro lavoro, che pure apprezzo molto" e fa firmare il suo consulente finanziario. In questo modo non ha impegnato la società. Vede l'abilità, la genialità dell'uomo? E quando sono andati via si è detto: "Io valgo così? Be', sono cresciuto". Ne parla alla Laura, in un momento in cui era lucida, e lei urla: "Enzo, ma allora siamo ricchi!". Lui forse fino ad allora non aveva l'idea di quanto potesse valere la sua azienda: è stata la Ford, che gliel'ha fatto sapere, che praticamente gliel'ha stimata.

Però, se Ferrari si fosse fatto socio, la Ford - con la mentalità americana - avrebbe investito in grande, al 50% con lui, che non avrebbe avuto i capitali e quindi sarebbe ben presto diventato socio di minoranza. Perché, logicamente, è il capitale che comanda, non gli uomini. Allora lui, saputo questo, non volle più vendere. Fa sapere a Canestrini che ha questa offerta della Ford, che è imbarazzato. Canestrini parla con Pininfarina, Pininfarina - che era anche socio di Ferrari - corre da Agnelli e gli propone l'acquisto. E Agnelli dice di essere disponibile. Romiti allora fa la valutazione della Ferrari, con i suoi tecnici, sulla base di quella della Ford - che però Ferrari non aveva mai dato - e la valuta anche di più.

Ferrari dice: "Per i dettagli voglio parlare direttamente con il presidente". Agnelli lo riceve; con Piero, Franco Gozzi e l'autista vanno a Torino. L'ha raccontato lo stesso Ferrari. Agnelli racconterà: "Abbiamo parlato dei problemi della competenza umana e aziendale per mezz'ora, perché per la parte economica Ferrari non ha mai chiesto una lira".

Lui voleva vendere alla Fiat perché con la Fiat aveva la garanzia che avrebbe continuato. Adesso dicono: "Ah, la Ferrari è stata trasformata in uomini Fiat!" ma, se non ci fosse stata la Fiat, la Ferrari - che durante gli anni '50 è stata anche un po' in difficoltà - forse non sarebbe andata avanti così, l'avrebbero trasformata. Il primo tifoso della Ferrari era l'avvocato Agnelli e, adesso, Montezemolo.

La Fiat ha dato un'impronta mondiale alla Ferrari. E' in Cina, a Hong Kong, negli Emirati Arabi, in Australia, in Nuova Zelanda, in Patagonia, in Africa, dappertutto. Anche Montezemolo era stato scelto, anni prima, dallo stesso Ferrari, che voleva un direttore sportivo introdotto nella Fiat, con una certa mentalità industriale.

Il "vivere Ferrari"

Venivamo dal niente ed era questa la mentalità. Quella del costruire. E' il Paese, che è cresciuto in questo modo.

Credo che abbiamo fatto sempre bella figura soprattutto sul piano umano. Questa è stata la forza della Ferrari. Anche quando non aveva soldi, che era indebitato con le banche (Banco San Geminiano, Banca Popolare, Credito Italiano), Ferrari gli operai li pagava il giorno prima della scadenza e gli impiegati non hanno mai preso l'acconto, ma sempre lo stipendio.

E ci sono stati dei periodi in cui lui è stato proprietario, sì e no, del 40% dell'azienda. E' stato quando ha smesso di fare le macchine utensili, fu un periodo molto tirato. Disse una volta, nel 1952: "Se per caso vanno a mangiare assieme i tre direttori delle banche, io perdo la Ferrari".

Però ogni soldo che aveva lo investiva con grande coraggio. Se una macchina utensile non lavorava con precisione lui, costasse quel che costasse, nel giro di tre mesi la cambiava con una migliore. Lui ha creduto nell'azienda Ferrari. E quando ha fatto una cosa l'ha sempre continuata.

Nel 1957 mi ha nominato dirigente d'azienda: il più giovane dirigente d'azienda di Modena. Si sono meravigliati in tanti. E Bisbini, che si occupava della parte finanziaria, ha detto: "Ha fatto bene, è uno stimolo a fare sempre di più, a studiare, a leggere qualcosa che non siano solo le corse della Ferrari".

Da Ferrari ho imparato la difesa della mia collocazione, del ruolo acquisito: perché indietro non si torna. Non ho mai accettato, per esempio, anche se mi è stato proposto, di rinunciare alla mia qualifica neppure per uno stipendio superiore. Altri, che l'hanno fatto, se ne sono pentiti e poi non sono stati molto rispettati. Dicevano di loro: "Non ha saputo difendere la sua posizione".

Si interessava anche dei problemi di salute dei suoi dipendenti. Interpellava i medici, telefonava, voleva sapere e, quando gli dicevano: "Commendatore, ma che cosa le interessa?", rispondeva: "Mi interessa perché quello lì, quando torna indietro, se è contento fa anche il mio interesse". Cioè, facendo del bene all'altro, lo faceva anche a se stesso e viceversa. Vedeva il tutto, e considerava anche il "più" di quello che doveva.

Non lo descrivo come un industriale paternalista, no. Ma come un industriale che aveva il senso della partecipazione, del "legame". Tutto questo vuol significare una cosa: che Ferrari con le persone poteva prendere anche le decisioni più drastiche, però non le prendeva "contro" ma "in funzione di". Non era mai una faccenda personale.

Anche quando sceglieva una persona per un posto di lavoro, non era mai per agevolare o accontentare qualcuno; 'unico criterio di valutazione era la capacità lavorativa della persona e la sua capacità di assumersi delle responsabilità in rapporto al ruolo occupato. E di interpretare il proprio ruolo, non solo sul lavoro ma anche tra gli uomini. Il ruolo individuale però doveva compenetrarsi con quello degli altri, in un sistema di gratificazioni; bisognava saper lavorare in squadra.

Come un contadino col suo campo

Era come un contadino col suo campo. Non li buttava mica via. Nei periodi brutti diceva: "Potremmo anche fare un'altra cosa, ma vediamo se non ci convenga investire i soldi a migliorare quello che abbiamo".

Pensi che il palazzo di Largo Garibaldi l'ha comprato più o meno nel '60. Prima che cosa aveva? Quel piccolo terreno, una fetta del quale è diventato il circuito di Fiorano. Ci teneva un contadino, sopra, con cinque mucche. Il terreno di Maranello l'aveva preso con la legge sul decentramento, nel 1941-'42. Con le agevolazioni. Perché lui si impegnò con il Ministero dell'Industria a costruire macchine utensili, tant'è vero che doveva andare a Formigine, tra Formigine e Ubersetto, ma Formigine rifiutò di dargli il posto. Ferrari praticamente si è fatto senza capitale.

Il prestito del Banco San Geminiano e San Prospero

Subito dopo essere stato cacciato dall'Alfa Romeo, era rimasto senza soldi e senza attività e, inoltre, doveva comprare le macchine per correre, perché non gliele davano più. Aveva bisogno di soldi.

Si è presentato al Banco San Geminiano e San Prospero, che era in mano agli agrari, alla Curia, al capitale più conservatore. Ha parlato per quasi un'ora con il direttore, che scuoteva sempre la testa e alla fine gli ha detto di sì. E' stata una bella forza. Ma questo è il lato ufficiale, della vicenda.

Si è presentato e ha detto: "Persone che mi onorano della loro amicizia" (erano il marchese Rangoni Machiavelli, l'avvocato Levi e il senatore Corni), "mi hanno detto che devo rivolgermi a voi con i piani in mano, spiegando il perché voi mi potete dare questi soldi".

Non ha presentato lettere di credito, un po' per orgoglio e un po' perché voleva essere creduto come Ferrari; ma non poteva neanche bluffare e rischiare di essere scoperto, perché si sarebbe squalificato per sempre. La sua abilità e la sua intelligenza mi fanno credere che le credenziali le avesse davvero, ma che non le abbia mostrate. Zanaroli, che mi aveva raccontato le vicende con l'Alfa Romeo, a questo proposito mi ha detto: "Se le aveva, te lo può dire soltanto Ferrari, io no".

Se Dio non avesse lavorato abbastanza...

Grazie a Ferrari io sono rimasto nel settore anche dopo aver smesso di lavorare con lui: sono diventato segretario della C.S.A.I., poi mi ha aperto le porte dell'Autodromo di Monza. Tutto per i miei trascorsi alla Ferrari. Noi tutti siamo cresciuti col crescere dell'azienda che lui faceva crescere. In cambio voleva la dedizione assoluta, senza limiti, senza orari.

Forghieri padre, che era il capo-officina, doveva produrre 6 motori per alcune macchine vendute al Salone di Parigi. Era ottobre (forse del '58) e dovevano essere consegnate entro Natale.

"Commendatore, con le macchine utensili che abbiamo non possiamo farcela." "No, Forghieri, io non disdico delle commesse. Le macchine vanno vendute, ne ho bisogno perché devo comprare un tornio per te e tante altre cose. Tu me le devi fare." "Commendatore, ma lavoriamo tutti i giorni, dieci ore al giorno!" "Lavoratene dodici, pago gli straordinari! Tu non hai mai avuto da lamentarti." "Ma non ce la facciamo!" "Basta, devi dirmi se le fai o non le fai." "Commendatore, se me la mette così allora le faremo." "Bene. Tavoni, prenda nota."

E io prendevo nota. Arriviamo al dunque. Dicono in sala-prove: "Abbiamo fatto 5 motori su 6. L'altro lo daremo fra due settimane perché non abbiamo avuto il tempo sufficiente". "Come, ma chi è che si doveva impegnare? Tavoni, chi è?" "Commendatore, sono io quello che si doveva impegnare", dice Forghieri. "E allora, come mai?" "Commendatore, abbiamo lavorato anche fino alla domenica mattina a mezzogiorno o all'una, però non ci siamo riusciti. Non ci siamo riusciti. Perché, Commendatore, lei bisogna che mi ascolti un momento. Il buon Dio, dopo aver costruito il mondo, dopo sei giorni ci ha messo una festa, è andato a riposarsi." "Caro Forghieri, Iddio ha riposato il settimo giorno perché aveva finito il suo lavoro, altrimenti faceva domenica l'ottavo giorno." Questo era lui. Aveva mai perso? Era mai perdente?

"Un po' di latte per i nostri figli"

Nel 1952 ci fu uno sciopero feroce: davanti alla Ferrari c'erano gli operai della Maserati, davanti alla Maserati quelli della Ferrari, davanti alla Fiat quelli di altre fabbriche e così via.

Un giorno lui si presenta davanti al picchetto a Maranello e gli dicono: "Commendatore, lo sciopero vale anche per lei". "No, io vado a casa mia." "No, lei non va da nessuna parte."

Lui cerca i due sindacalisti Eliseo Ferrari e Mario Barozzi, che però si rifiutano di trattare con lui: "Commendatore, lei deve parlare con la commissione interna, non può sempre aggrapparsi a noi". Allora carica me e Selmi, che era il capo del personale della Ferrari, torna indietro e dice: "Vorrei andare a parlare con la commissione interna". "Fra mezz'ora sono tutti qua", gli rispondono quelli del picchetto.

Sono davvero arrivati tutti: in bicicletta, in motorino, in motocicletta, anche a piedi; tutti nell'ufficio di Ferrari. C'era anche uno delle Fonderie, un "armadio" alto così. Ferrari aveva detto: "Voglio solo i miei operai", ma lui aveva risposto: "Io vengo anche se lei non è d'accordo".

"Insomma, qui stiamo andando avanti da otto giorni. Se io non tiro fuori le macchine per andare a correre, non ho neanche i soldi per pagarvi. E sarebbe la prima volta che Ferrari non paga gli operai al tempo dovuto. Datemi le macchine per andare a correre; fermate pure la produzione, ma datemi quelle macchine", dice Ferrari agli operai. Ma il capo della commissione interna gli risponde: "Qui non si può più transigere. Se per lei è un disagio, per noi... Si rende conto, Commendatore, che lei ci sta lesinando un litro di latte per i nostri bambini o una bottiglia di vino quando torniamo a cena con i nostri padri, che hanno faticato fino a ieri?"

Ferrari si volta e mi chiede: "Tavoni, quanto costa un litro di latte?". Non mi ricordo adesso esattamente quanto costasse, comunque era poco. "Ma allora... è questa la differenza?" "Sì, Commendatore, questa è la cifra che lei dovrebbe riconoscere." "Voi, siete pronti a firmare?" "Certo che siamo pronti a firmare." C'era l'ordine dell'Associazione Industriali di non mollare... Si firmò al momento un documento in cui si conveniva e si decideva di riconoscere in busta paga l'aumento richiesto, "indipendentemente dalla transazione nazionale che verrà stabilita". Fatto e sottoscritto, sono andati tutti a lavorare. La mattina dopo, su di un quotidiano locale, appariva: "Ferrari criptocomunista".

E invece era successo che, finalmente, aveva riconosciuto la commissione interna come entità reale, fisica, con la quale trattare. Fino a quel momento lui aveva ancora la mentalità dell'epoca precedente, in cui non si discuteva. Poi erano iniziate le proteste, ma non c'era ancora il sistema della contrattazione discussa, tant'è vero che ci sono stati anche i morti delle Fonderie, nel 1950.

Finché, finalmente, non si era scontrato con la realtà dei "suoi" operai, che gli facevano delle richieste vere, dettate dalle necessità dell'esistenza, senza ostilità politiche preconcette. Ma che non accettavano più di seguirlo come un padrone dei tempi passati, di non essere riconosciuti nei propri rappresentanti e nei propri sindacati. Nel momento in cui disse: "Selmi, noi non siamo stati sufficientemente attenti", prese coscienza.

E' riuscito a passare indenne anche attraverso queste pagine di storia e ad ottenere, in seguito, i risultati migliori da se stesso, dalla gente e dall'industria.

Quella telefonata di Orsi a Ferrari

L'odio che non si può raccontare, quello tra Orsi e Ferrari, lei sa da dove nasce?

Orsi era presidente del Banco San Geminiano e San Prospero ed era anche presidente del castelletto dei creditori. Ferrari si ripresenta nel '52 perché ha bisogno di un credito per costruire una catena di montaggio moderna, non più per terra o sui cavalletti. E Orsi sembra che sia stato quello che, mentre tutti gli altri attorno al tavolo dicevano di sì, abbia detto di no.

Poi, dopo due mesi, ha telefonato a Ferrari: "Ferrari, senti, sono Orsi. Hai bisogno, per caso? Vuoi che diventiamo soci insieme? Io ti posso finanziare". E Ferrari ha risposto: "Lo chiedo a mio figlio, se è d'accordo. Comunque grazie della telefonata e arrivederci".

In seguito ha detto: "Quello lì, con le sue conoscenze e vendendo stracci, crede di comperare anche me. Io piuttosto chiudo ma non mi vendo". La "malevolenza" tra i due gruppi, originata dall'agonismo automobilistico, si consolidò in seguito a quella telefonata incauta.

Quando poi Ferrari si affermò, mentre Orsi stava vendendo le aziende perché doveva far fronte agli impegni che non poteva più gestire, gli disse: "Se vuoi vendere la Maserati, te la compro".

Qui Ferrari dette veramente la botta della vendetta.

Un augurio e una speranza

Nel 1955, quando ero segretario di Ferrari, la città era divisa in due: il 50% amava la Ferrari, il 50% la Maserati. Stanguellini era indipendente e gradito a tutti. Un giorno chiesi a Ferrari: "Commendatore, ma come mai questa città è al 50% con noi e al 50% contro?". E lui rispose: "Perché il mio successo, le mie vittorie, le mie affermazioni non sempre creano emulazione ma anche invidia, e l'invidia è un male che non conosce ragioni".

Ma lui stesso era anche invidioso. Però aveva detto una grande verità: il nostro mondo non è come gli Stati Uniti, dove chi ha successo viene acclamato. Da noi il successo crea invidia, e anche malignità: "Chissà come li ha fatti, i soldi". No, li ha fatti lavorando dodici ore al giorno; ha rischiato; ha avuto successo, lungimiranza, conoscenza; ha allargato il suo campo di visione; ha saputo indirizzare il proprio lavoro. Questo, deve essere evidenziato.

"Ferrari costruisce anche la felicità"

Negli anni '50 il soprano Virginia Zeani cantò a Modena. Aveva un figlio con problemi di leucemia. Una sera anche Ferrari le confidò i propri problemi per la salute di Dino e lei si mise a piangere. Lui conosceva quel grande ematologo che era il professor Coppo, che aveva diagnosticato anche la malattia di Dino. Si rivolse a lui per segnalargli il caso del figlio della cantante. Coppo ci andò subito e lo visitò. Lei allora spedì a Ferrari una lettera, con acclusa pure una breve frase del figlio, che si concludeva così: "Ferrari costruisce anche la felicità".

Il maestro Cantelli, che era allievo e assistente di Toscanini, disse, provando una Ferrari: "Commendatore, lei non fa solo delle vetture perché i suoi piloti possano vincere, ma fa anche le vetture per la gente che ha già vinto".

Perché chi prende una Ferrari è uno che nella vita ha già vinto, e che vuole continuare a vincere. E' un uomo che corre con il proprio tempo.

(dal libro di Nunzia Manicardi "Quel diabolico Ferrari", Nuova Koinè Edizioni, Roma, 2000)

 

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